Come dicevamo ieri su queste pagine, in occasione del focus sui graphic novel da recuperare a marzo 2025, il panorama fumettistico italiano, tra pubblicazioni nostrane e internazionali, è in costante fermento. Un’effervescenza che permette ai lettori di confrontarsi con storie sempre stuzzicanti. E questo tanto in materia di tematiche trattate quanto nei termini dello stile artistico adottato per le rappresentazioni grafiche.
Una ricerca continua di qualità che innalza costantemente l’asticella. Ed è bello vedere come gli artisti, chiamati in causa con le proprie pubblicazioni, sappiano arricchire di sfumature un ecosistema che si evolve ininterrottamente. Come avviene nel caso di “Atomi” di Claudia Petrazzi, graphic novel pubblicato da Bao Publishing. Siamo andati con lei dietro le quinte, per scoprirne di più sui retroscena.
ATOMI, UNA BIOGRAFIA GOTHIC-FANTASY DAI TEMI PROFONDI
Ciao Claudia, per cominciare partirei da una domanda che ci permetta di prendere da subito confidenza con “Atomi”: Di cosa parla il tuo graphic novel?
“Ciao Dario e grazie mille! Il mio graphic novel è semi-autobiografico, parla di un periodo difficile che ho attraversato e di una crisi d’identità, del sentirsi bene con se stesse. Parla anche di amicizia, amore e famiglie difficili, anche se ho cercato di usare l’ironia per farlo.
La storia parla di me che, in un momento di disperazione, mi rivolgo a un'azienda di nome Doppel che fornisce pozioni miracolose. Qualcosa va storto e mi ritrovo fisicamente sdoppiata. La mia seconda personalità si chiama Atomica, è il mio opposto e comincia la sua vita in quel momento. Dopo aver sporto reclamo alla Doppel per mandare via Atomica ci sono nuovi imprevisti, un ragazzo misterioso e qualcuno che trama contro di noi, e c'è forse quello più grande di tutti: ci ho ripensato ma ormai è troppo tardi. In questa corsa contro il tempo e incrocio di destini vengo affiancata dalla mia migliore amica Ulla, una vampira che fa da scudo alle mie insicurezze e ansie.”
Nel graphic novel troviamo ambientazione sostanzialmente fantasy, e questo ha avuto un'influenza diretta anche sulle scelte operate in termini di personaggi. Come mai questa scelta?
“Il gotico/fantasy è un genere che mi porto dietro da molto tempo, fin da quando mi stavo laureando in Scenografia per poi diventare animatrice stop-motion. Rimasi folgorata dalle animazioni di Tim Burton e mi appassionai al cinema e alla letteratura horror. Quell'immaginario ha avuto un certo peso e posso dire che mi abbia cambiata.
In questa storia ho usato l’ambientazione fantasy come mezzo per filtrare e far risaltare certi concetti. La difficoltà nell'accettazione di sé, il sentirsi sempre da meno rispetto agli altri e l'ansia che questa condizione comporta, sono reali più che mai anche in un universo che ha regole un po' diverse dal nostro. Secondo me la loro realtà risalta ancora di più in questo contrasto, e amplia le mie possibilità di giocare con i caratteri dei personaggi, accentuandoli.
Per esempio la vampira Ulla, è molto forte e sicura di sé, ma in alcuni momenti della storia rivela le sue fragilità: le aspettative che gli altri ripongono su di lei come essere centenario; la rabbia incontrollata e l'impazienza, l'eccesso di positività. Il gatto mannaro invece ha una storia familiare difficile e porta con sé il peso del confronto con il padre, la paura paralizzante di affrontare la vita e i cambiamenti, la necessità di accettarsi e trovare la propria strada.
Ecco, in fondo mostri classici mi aiutano a esplorare la natura umana e le sue contraddizioni, come in uno specchio riflesso.”
Il fil rouge che fa da traino alle narrazioni è sicuramente il concetto di autoaccettazione. Quanto è difficile - vedendo anche quanto accade alla protagonista - far pace con se stessi?
“Credo che in certi casi sia difficilissimo, sicuramente se hai un carattere come il mio. Sono sempre stata insicura perchè non mi avevano insegnato ad avere fiducia in me stessa. Da qui la difficoltà ad accettarsi e il timore di sbagliare qualsiasi cosa facessi o provassi. Il personaggio che nel libro è Claudia è una versione estremizzata di me, tutta da un lato, quel lato della mia personalità. Che però è stato dominante per un sacco di tempo: per esempio, la telefonofobia me la porto ancora dietro! Sono riuscita a migliorare molto negli anni, ma ancora quando devo chiamare un servizio clienti o una pizzeria, ci metto un po' a trovare il coraggio di farlo. Ho imparato ad accettarlo e mi sono pure comprata una t-shirt che dice "Call me antisocial but please don't call me".
Tutto questo per dire che a volte non hai gli strumenti per riuscire da sola e ci metti tanto tempo anche solo per capire questa cosa.
Con questa storia spero di dare una minuscola mano a chi si è trovato o trovata in una situazione simile. Per me già sarebbe tantissimo riuscire a tendere una mano a lettrici e lettori, dire loro "Ehi, va tutto bene, non sei strana tu, e anche se lo fossi va bene così, anche se nessuno te l'ha mai detto prima".”