Il mondo dei fumetti, nel 2025, rappresenta un ecosistema dalle tantissime sfumature. Un universo di storie che si differenziano le une dalle altre sotto tantissimi punti di vista. Dalla tipologia di narrazione ai generi in cui sono incasellate, passando per le scelte artistiche operate per trasporre visivamente gli elementi all’interno delle pagine.
Un mosaico composto di tanti pezzi che non è possibile valutare singolarmente, ma che necessita di una visione panoramica per poter essere soppesato adeguatamente nella sua totalità. E diversi sono gli autori che si stanno contraddistinguendo per quantità e qualità negli ultimi anni all’interno della scena italiana. Tra questi va sicuramente ascritto Lorenzo Palloni, aretino classe ’87 che ha mostrato, lavoro dopo lavoro, una capacità di scrittura versatile. Senza poi dimenticare il suo spirito da autore completo, che gli consente di imprimere in maniera incisiva la sua personalità in ogni lavoro, tra scrittura e disegni.
E di personalità ne ha sicuramente tantissima il suo ultimo graphic novel, “È successo un guaio - Strumenti disumani”, pubblicato da Saldapress. Siamo andati con lui dietro le quinte della lavorazione.
ALLA SCOPERTA DI "È SUCCESSO UN GUAIO", CON LORENZO PALLONI
Lorenzo, partirei da subito passandoti la palla per un'infarinatura sulla storia: di cosa parla "È successo un guaio"?
“Il primo libro del Guaio, “Strumenti Disumani”, inizia con una serie di bizzarri attentati che interessano una piccola “città italiana sul mare ma senza mare” e coinvolgono una scalcagnata agenzia investigativa, la Hari, gestita dalla matriarca della famiglia Malocchi Nadia e dalle due figlie Jo e Dami. Il terzo fratello Malocchi, Kris, entrerà in ballo più tardi, quando si capirà che la situazione è grave e che la pace sociale è messa in pericolo. È una storia sul presente, sul mondo che ci circonda, su come affrontarlo e su come imparare - di nuovo - a lavorare insieme, perché da soli non funzioniamo.”
È una storia (potenzialmente) vera in sostanza. Cioè, ha tutti quegli elementi che la rendono in sostanza verosimile. Cosa ti ha ispirato?
“È semplicistico rispondere “mi ha ispirato la realtà”, ma il Guaio è davvero una scusa per parlare del punto a cui siamo a livello politico, sociale, e - sicuramente - personale. Come siamo usciti dalla pandemia? Il ritorno della guerra in Occidente ci ha resi ancora più spaventati? Perché siamo così atomizzati come società? Perché mettiamo al governo dei mostri? Perché non crediamo più nel futuro? A che punto siamo con l’Individualismo? L’esperienza da editor de La Revue mi ha dato un po’ di coordinate per capire dinamiche larghe del mondo che viviamo. Mi ha ispirato poi la città in cui ho vissuto per tutta la progettazione del progetto, La Spezia. Un posto stretto fra montagne e mare, un dedalo ostile e soffocato dall’overtourism, una città contraddittoria perché sul mare ma senza la possibilità di viverlo per ragioni di Stato - di Marina Militare, più precisamente. Era troppo ghiotta come occasione: un non-luogo che amplifica le difficoltà dei nostri eroi Malocchi. Dovevo giocarmi questa carta. Poi come al solito mi ispira il genere che amo, il noir, in particolare certi meccanismi della prosa di Pennac e di Longo.”
I tuoi personaggi hanno sempre (anche in questo caso) una grandissima caratterizzazione. Nella TV si direbbe che "bucano lo schermo", qui possiamo dire che "buchino la pagina". Quanto tempo ti ci è voluto per strutturare il tutto?
“Qualche anno. Nel 2018 ho iniziato a pensare a una commedia neo-noir ambientata in Italia. Nell’idea iniziale il personaggio era uno solo, amorale, quindi già visto. Ad un certo punto ho pensato di farlo positivo e di scomporlo, lì sono nati i Malocchi. Scomposto nel senso che i Malocchi sono un essere umano funzionale solo quando si uniscono, perché quando sono da soli falliscono. Le capacità di un fratello si incastrano con quelle delle sorelle e viceversa. Kris crede nell’Intuizione, Dami è un’ex poliziotta quindi segue le tracce, Jo è una guerriera - è la parte fisica del gruppo. Testa, istinto e muscoli, tutto a servizio di una storia di cambiamento fondamentale: ognuno di loro ha un trauma enorme, che rappresenta un aspetto della nostra società. Ognuno è qualcosa per sé, per gli altri, per il lettore. Funzioni simboliche impersonate in persone difettate, che farebbero di tutto per non risolvere i propri problemi emotivi - e quale scusa migliore di “devo salvare il mondo?”. E poi avevo bisogno di creare personaggi positivi - anche se ambigui, magari - ormai di cattivi con cui relazionare ne ho scritti parecchi, volevo lanciare al lettore qualcosa di più vero e più difficile da scrivere.”